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Disfunzioni erettili: le terapie farmacologiche per trattare questi disturbi

Disfunzioni erettili: le terapie farmacologiche per trattare questi disturbi

L’erezione del pene è resa possibile dal rilasciamento della muscolatura liscia che riveste le pareti di arterie e arteriole del tessuto erettile, provocando un aumento del flusso sanguigno. L’ossido nitrico rappresenta uno dei mediatori principali dell’erezione e a seguito della stimolazione sessuale viene immesso in circolo da alcuni nervi periferici e dal tessuto endoteliale, che costituisce la parete interna dei vasi.

Diversi farmaci, tra cui si ricordano antidepressivi, antipsicotici e antipertensivi, possono influenzare negativamente la funzione erettile, così come le stesse malattie psichiatriche e cardiovascolari. La disfunzione erettile è un problema frequente, soprattutto negli uomini di mezza età e anziani.

Le disfunzioni sessuali possono manifestarsi in caso di ipogonadismo, in cui si verifica una riduzione dell’attività dei testicoli con scarsa sintesi di testosterone e alterazione della produzione di sperma, di iperprolattinemia, ossia di elevati livelli ematici dell’ormone prolattina, di diverse patologie dell’arteria pelvica o di neuropatia, per esempio nel diabete. La disfunzione erettile può però avere anche cause psicologiche, che spesso vanno a sommarsi a quelle organiche.

Una possibile soluzione al problema, non accettata da tutti gli uomini a causa della via di somministrazione, è l’iniezione di agenti vasodilatatori nei corpi cavernosi, i tessuti all’interno del pene che si riempiono di sangue durante l’erezione. Il trattamento ha riscosso particolare successo quando ancora non erano disponibili farmaci per via orale e soprattutto tra i pazienti diabetici, già avvezzi all’utilizzo dell’ago per la somministrazione dell’insulina come ipoglicemizzante.

La prostaglandina E1 o alprostadil per via intracavernosa è ancora usata in combinazione con altri vasodilatatori e, da sola, per via transuretrale. Tra gli effetti avversi si segnala il priapismo, un’erezione patologica di durata superiore alle quattro ore e associata a dolore.

I medicinali di prima scelta per indurre l’erezione del pene appartengono alla classe dei cosiddetti inibitori delle fosfodiesterasi di tipo V, da assumere per bocca, che potenziano l’effetto dell’ossido nitrico sulla muscolatura vascolare peniena. A differenza dei vasodilatatori cavernosi, gli inibitori della fosfodiesterasi non sono in grado di provocare l’erezione in assenza di desiderio sessuale e hanno un’azione vasodilatatrice anche su altri distretti corporei.

Fanno parte di questa categoria di farmaci sildenafil, vardenafil, tadalafil, avanafil. I primi due principi attivi hanno una durata d’azione di circa quattro ore, il tadalafil di trentasei e l’avanafil di sei. Il loro utilizzo è sconsigliato in contemporanea con nitrati organici come vasorilassanti per trattare condizioni quali l’angina pectoris, in quanto l’azione dei nitrati risulterebbe potenziata.

Tra gli effetti indesiderati si segnalano ipertensione, arrossamento della cute, emicrania, tutti legati alla vasodilatazione in altre sedi. Sebbene il vardenafil presenti una maggiore selettività per la fosfodiesterasi di tipo V, l’uso di questi farmaci è controindicato nei pazienti con patologie della retina poiché qui è presente la fosfodiesterasi VI che riveste un importante ruolo nel processo della visione e che viene parzialmente inibita dal loro impiego.

Infine, è bene evidenziare che la figura di riferimento per poter accedere a tali molecole è il medico curante o lo specialista. Non è possibile ed è altamente sconsigliato assumere tali farmaci salvo se non prescritti dal medico. Il farmacista può aiutare a supportare il paziente nella corretta somministrazione dei medicinali.

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Problemi di salute e campi elettromagnetici nelle grandi città, uno studio

Problemi di salute e campi elettromagnetici nelle grandi città, uno studio

Il primo dicembre, sulla rivista di scienze e salute ambientali Environmental Research, è stata pubblicata la versione non definitiva dell’articolo di Sylvie Martin et al., che potrà subire ulteriori modifiche e revisioni prima della pubblicazione nella sua forma finale, ma a cui è comunque stata data una visibilità anticipata, considerata la rilevanza dell’argomento trattato. Lo studio è stato concepito dal comitato “Radiofrequenze e salute” dell’Agenzia francese per la salute e sicurezza alimentare, ambientale e occupazionale e un consiglio scientifico ha seguito la sua attuazione e revisionato i risultati man mano che venivano ottenuti i dati ai fini della pubblicazione dello studio.

Gli effetti dell’esposizione alle radiofrequenze sulla salute delle persone che vivono vicino a stazioni base di telefonia mobile (Mpbs) sono stati oggetto di numerosi studi a partire dalla metà degli anni Duemila, con risultati contraddittori. Gli autori dello studio in questione si sono posti l’obiettivo di indagare l’associazione tra l’esposizione a campi elettromagnetici a radiofrequenza (Rf-Emf) da Mpbs misurata con appositi strumenti e la presenza di sintomi riferiti dalla popolazione, sia aspecifici che legati a disturbi del sonno.

Le tecnologie wireless, come i telefoni cellulari, emerse nelle ultime due decadi hanno portato ad un rapido aumento del numero di Mpbs, in particolare nelle aree metropolitane. Queste sorgenti di campi elettromagnetici sottopongono a un’esposizione bassa ma continua le popolazioni residenti nelle vicinanze della loro installazione, spesso preoccupate dagli effetti sulla salute di queste fonti, più ancora che dall’utilizzo di smartphone e cordless.

Alcuni individui, soggetti ad ipersensibilità magnetica, riferiscono sintomi aspecifici, come astenia, cefalea, disturbi uditivi, dolori muscoloscheletrici, difficoltà di concentrazione, nervosismo, e sintomi legati all’insonnia. Ad oggi, resta ancora da chiarire se la sintomatologia riportata sia una conseguenza dell’esposizione a Rf-Emf o al timore di effetti negativi, per cui si parlerebbe di nocebo.

Tra la fine del 2015 e la metà del 2017 gli autori dello studio in oggetto hanno condotto un’indagine trasversale in cinque grandi città della Francia, coinvolgendo 354 persone che vivevano in edifici situati a una distanza di 250 metri o inferiore da una Mpbs e nel fascio di trasmissione principale delle antenne. I partecipanti considerati idonei per lo studio sono stati contattati telefonicamente per rispondere ad un questionario e fissare un successivo appuntamento per effettuare la misurazione del grado di esposizione al loro domicilio tramite intervento di un tecnico esperto. Ai partecipanti è stato anche chiesto di rispondere a domande specifiche sulla loro percezione del rischio ambientale, per esempio inquinamento atmosferico, inquinamento dell’aria negli ambienti interni, rumore, impiego di prodotti chimici e radiofrequenze.

Dallo studio non è emersa un’associazione diretta tra esposizione a Rf-Emf da Mpbs ed effetti negativi sulla salute della popolazione osservata. Difficoltà nell’addormentamento, risvegli notturni, sonno non riposante erano presenti prevalentemente in coloro che si erano dichiarati preoccupati per le condizioni generali ambientali. Si riveleranno fondamentali studi di coorte per monitorare i disturbi della salute a seguito dell’esposizione a Rf-Emf nelle popolazioni residenti nelle vicinanze di Mpbs, oltre ad indagini su un ipotetico legame con caratteristiche individuali, come stati ansiosi o patologici pregressi.

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Come affrontare dilatazione e infiammazione dei plessi emorroidari

Come affrontare dilatazione e infiammazione dei plessi emorroidari

Le emorroidi sono strutture vascolari presenti a livello del tratto terminale del retto e del canale dell’ano deputate al contenimento delle feci. Le vene in particolare possono andare incontro a dilatazione ed infiammazione. Si parla di emorroidi interne quando la dilatazione, solitamente asintomatica, interessa le vene situate al di sopra della linea pettinata o dentata, nome dato alla linea immaginaria che separa retto e ano.

Le emorroidi esterne sono invece dilatazioni delle vene al di sotto della linea pettinata, visibili ad occhio nudo e causa di sintomi fastidiosi come bruciore, dolore, prurito e sanguinamento. La perdita di sangue è dovuta all’assottigliamento della parete venosa dilatata e alla sua conseguente rottura.

Il disturbo può aggravarsi in determinate situazioni, per esempio in caso di stitichezza cronica, nel corso della gravidanza o in condizioni di eccessivo peso corporeo. Sulla base del quadro clinico le emorroidi vengono classificate secondo quattro gradi di gravità.

Nelle emorroidi di primo grado vi è la presenza di rigonfiamenti vascolari ma assenza di protrusioni, cioè di fuoriuscita dei plessi dallo sfintere anale. Le emorroidi di secondo grado sono caratterizzate dalla presenza di prolasso come conseguenza di sforzi durante l’evacuazione, la gestazione o al momento del parto.

Nelle emorroidi di terzo grado il prolasso non rientra in maniera spontanea dopo lo sforzo, ma i cuscinetti emorroidari possono essere reintrodotti manualmente nel canale anale. Le emorroidi di quarto grado si caratterizzano per la presenza di prolasso indipendentemente da ogni sollecitazione e di frequente sono associate alla formazione di trombi.

Il problema tende a presentarsi con una certa ricorrenza nei pazienti che ne sono affetti. È possibile contrastarlo e prevenirlo grazie a creme, unguenti e supposte da utilizzare dopo un’accurata igiene. Questi prodotti sono per lo più a base di corticosteroidi che sfiammano localmente, anestetici che leniscono il dolore, eparina che previene la formazione di coaguli oppure estratti vegetali, ad esempio di rusco e ippocastano, che rafforzano le pareti vasali, favoriscono la circolazione e hanno un’azione astringente, o di altea, dall’effetto emolliente.

In aggiunta ai trattamenti topici, si può intervenire migliorando la circolazione venosa tramite l’assunzione orale di capsule e compresse contenenti principi attivi dall’azione vasotonica e vasoprotettiva, come diosmina, esperidina e altri flavonoidi, metaboliti secondari delle piante, oppure estratti di ginkgo, pungitopo, mirtillo nero e dei già citati ippocastano e rusco.

Importante è condurre una vita attiva, evitando di mantenere a lungo la stessa posizione in piedi o seduti, così come gli sforzi intensi. Meglio eliminare dalla dieta o comunque limitare il consumo di alimenti irritanti quali spezie, insaccati, formaggi stagionati, fritture, cioccolato, bevande alcoliche, privilegiando frutta e verdura di stagione e ricordandosi di bere almeno due litri di acqua al giorno, tutte abitudini che aiutano a mantenere morbide le feci.

Se un corretto stile di vita, eventualmente abbinato ai trattamenti suddetti, non dovesse essere risolutivo, si consiglia di affidarsi ad un medico proctologo per una visita specialistica e le valutazioni del caso.

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In che modo rimettersi in forma dopo le festività natalizie?

In che modo rimettersi in forma dopo le festività natalizie?

Se durante le festività natalizie si è mangiato troppo, in associazione alla ridotta mobilità dovuta dalle circostanze, è possibile che l’organismo si sia appesantito e che debba necessariamente tornare in forma. Se si è messi su qualche chilo in più, è bene chiarire sin da subito che l’aumento di peso non è avvenuto dall’oggi al domani e per questo motivo non bisogna aspettarsi nemmeno che si perda peso rapidamente. È vero anche che includendo solo alcune piccole modifiche alla dieta e alla routine quotidiana, si dovrebbe essere in grado di prendersi cura di eventuali appesantimenti causati durante le festività e persino perdere peso aggiuntivo. Quali sono quindi alcuni consigli da osservare per poter trovare la migliore forma? Prima di tutto, impostare obiettivi realistici. Se si decide di perdere da mezzo chilo a un chilo a settimana, con molta probabilità si raggiungerà più facilmente l’obiettivo. Un altro suggerimento è di mangiare più spesso: le persone che sono riuscite a mantenere il loro peso ottimale nel corso del tempo, tendono a mangiare in media cinque volte al giorno. Pasti leggeri e frequenti frenano l’appetito, aumentano l’energia, migliorano l’umore e persino accelerano il metabolismo, poiché il processo di digestione stesso brucia calorie.

Aggiungere all’alimentazione cibi sani, sforzandosi di includere alimenti naturali, non industriali, nel programma alimentare quotidiano. Provare ad aggiungere nuovi cibi più sani alla dieta ogni settimana. Potrebbe essere necessario tempo prima di acquisire il piacere di mangiare alimenti nuovi, ma è doveroso muoversi in tale direzione se si auspica un miglioramento dello stato generale dell’organismo.

Fare il pieno di verdure. Dopo le vacanze, sfidare se stessi a mangiare da 7 a 12 porzioni di frutta e verdura a settimana. Tale varietà di prodotti consentirebbe di assumere vitamine e sali minerali essenziali che probabilmente non sono stati assunti durante le festività.

Bere molta acqua. È errore comune confondere la sete con la fame. Quando si ha voglia di fare uno spuntino, bere un bicchiere d’acqua. Bere acqua aiuta anche a sentirsi pieni. Anche bere mentre si mangia può servire ad aggiungere volume e peso al pasto.

Trovare una nuova routine quotidiana. A volte è difficile assumere stili di vita corretti. È tuttavia importante trovare qualcosa che consenta di rimettersi in forma, magari anche divertendosi.

Infine, ma non meno importante, parlare con gli esperti: il farmacista di fiducia può aiutare a indirizzare verso un esperto di riferimento, come il nutrizionista o il dietologo. Entrambi saranno pronti a comprendere le reali necessità e a supportare il benessere con un piano alimentare dedicato e definito sulle proprie esigenze personali. Ogni corpo è diverso, quindi è necessario trovare un programma e una routine di esercizi giusti che funzionano meglio per ognuno.

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Antibiotici e mirtilli, l’azione sinergica aiuta il contrasto ai batteri

Antibiotici e mirtilli, l’azione sinergica aiuta il contrasto ai batteri

La resistenza agli antibiotici è un fenomeno in base al quale il batterio responsabile di un’infezione diventa forte e vigoroso al punto da non essere più soggetto all’azione dei vari farmaci per combatterlo. La resistenza può essere provocata, tra gli altri motivi, da un uso non moderato di antibiotici, soprattutto nei casi in cui vengono somministrati in una situazione di mancato bisogno, come ad esempio nelle infezioni da virus o nelle più comuni patologie transitorie non legate ai batteri. In aggiunta a ciò, a contribuire al fenomeno dell’antibiotico-resistenza è l’uso continuo di antibiotici in agricoltura, al punto che, in futuro, non sarà possibile più combattere le infezioni con i farmaci attualmente disponibili.

Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Advanced Science fornisce prove che i mirtilli potrebbero anche aiutare nella lotta contro i batteri. Quando vengono trattati con molecole derivate da mirtilli, i batteri patogeni diventano più sensibili a dosi più basse di antibiotici. Inoltre, i batteri non sviluppano resistenza agli antibiotici, secondo i risultati dei ricercatori della McGill University e dell’INRS (Institut national de la recherche scientifique) di Montreal.

Data la credenza popolare che bere succo di mirtillo è utile contro le infezioni del tratto urinario, i ricercatori hanno cercato di scoprire di più sulle proprietà molecolari della bacca trattando vari batteri con un estratto di mirtillo. I batteri selezionati per lo studio erano quelli responsabili delle infezioni del tratto urinario, della polmonite e della gastroenterite (Proteus mirabilis, Pseudomonas aeruginosa ed Escherichia coli).

Ebbene, le analisi hanno dimostrato che l’estratto di mirtillo aumenta la sensibilità batterica agli antibiotici agendo in due modi. In primo luogo, rende la parete cellulare batterica più permeabile all’antibiotico e, in secondo luogo, interferisce con il meccanismo utilizzato dai batteri per pompare fuori l’antibiotico. Di conseguenza, l’antibiotico penetra più facilmente e i batteri hanno un tempo più difficile per liberarsene, il che spiega perché il farmaco sia efficace a dosi più basse.

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