Categorie
Notizie

Capelli e unghie, le strategie per rinforzarli e mantenerli in salute

L’aspetto dei capelli e delle unghie gioca un ruolo importante nell’immagine estetica di ogni persona, ma è spesso anche specchio del suo stato di salute. Sono diversi i fattori che influiscono sul benessere di queste due parti del corpo. Talvolta, chioma spenta, capelli che cadono e unghie che si sfaldano sono la conseguenza di patologie o di disfunzioni organiche. Altre volte, invece, dipendono da una dieta squilibrata e da carenze nutrizionali. Esistono poi componenti ambientali e climatiche, che possono danneggiare capelli e unghie con una certa facilità, come sole, vento e freddo intenso. Per mantenerli in salute, quindi, è opportune sostenerne l’equilibrio fisiologico e adottare strategie per rinforzarli.

La base è sempre una corretta alimentazione.

Qualsiasi carenza nutrizionale o squilibrio alimentare si riflette inevitabilmente sia sulla capigliatura sia sulle unghie. Ciò accade anzitutto perché si tratta di parti del corpo periferiche e non essenziali che, in mancanza di nutrienti, riceveranno vitamine e sali minerali in quantità scarse e insufficienti per mantenersi in salute. Per questo bisogna sempre alimentarsi con le quantità e le qualità di alimenti raccomandate per una buona salute generale, permettendo così a tutto l’organismo di assorbire quanto necessita in modo adeguato. In particolare, per il benessere delle unghie, occorre un’abbondanza di vitamine del gruppo B, presenti sia nelle carni, nelle uova e nei latticini, ma anche in molti ortaggi e nella frutta secca. Un altro elemento fondamentale è il ferro, la cui carenza si ripercuote in modo molto negativo sia sullo stato di salute generale sia sull’aspetto di chioma e unghie. Lo si può attingere da carne, spinaci e legumi. Molto utili sono poi gli alimenti ricchi di omega3, che contribuiscono sia a rinforzare i capelli e le unghie, ma che a renderli più lucenti. Tra le fonti più ricche di questo acido grasso troviamo senza dubbio il pesce. Non ultimo, come spesso si legge sulle etichette di molti prodotti cosmetici, la vitamina C è uno dei migliori antiossidanti, che a tavola non deve mancare.

L’aiuto della scienza.

L’integrazione alimentare e la cosmetica farmaceutica sono sempre più all’avanguardia nella ricerca mirata di soluzioni specifiche per la salute di determinate parti del corpo. Si può quindi ricorrere a prodotti espressamente formulati per rinforzare sia le unghie sia i capelli. Come spiega il professor Leonardo Celleno, dermatologo e presidente dell’Associazione italiana dermatologia e cosmetologia (Aideco), questi prodotti contengono «precursori di sostanze che vanno a costituire le fibre stesse della cheratina, come amminoacidi solforati (cistina, cisteina…), ma anche vitamine e particolari principi funzionali, in genere di derivazione vegetale. Polifenoli, flavini, betacaroteni vengono poi utilizzati negli integratori per contrastare la formazione dei radicali liberi derivante dai raggi UV e diminuirne la dannosità».

Categorie
Notizie

Accarezzare un cane fa bene al cervello

Accarezzare un cane produce degli effetti sull’attività cerebrale umana: un recente studio svizzero condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Basilea ne ha misurato l’entità e la portata. Gli studiosi hanno reclutato 19 persone adulte sane (9 donne, 10 uomini) per misurare la loro attività cerebrale in diverse sessioni, sia in assenza sia in presenza di un cane. Quindi sono stati posizionati due elettrodi sulla fronte dei partecipanti per misurare l’attività della loro corteccia prefrontale, area del cervello che svolge un ruolo importane nell’elaborazione cognitiva sociale.

L’esperimento In principio i partecipanti sono stati monitorati in una condizione neutra, posti di fronte a un muro bianco e in assenza di cani. Poi sono state effettuate delle misurazioni man mano che entravano in contatto con un cane. Il primo approccio consisteva nel contatto visivo, poi si sarebbero seduti accanto al cane e infine lo avrebbero accarezzato. Dopo di che sarebbero tornati alla condizione iniziale di neutralità. Nessuno dei partecipanti era allergico al pelo dei cani o aveva una specifica fobia nei confronti di questi animali. Questi rilevamenti sono stati fatti in 6 sessioni per ciascun partecipante: tre in presenza di un cane e tre con un peluche contente al suo interno una borsa dell’acqua calda per renderlo più pesante e tiepido al contatto. Sono stati utilizzati tre cani reali: un Jack Russel, un Goldendoodle e un Golden Retriever, tutte femmine di età compresa tra i 4 e i 6 anni.

Risultati dell’esperimento.

I risultati hanno mostrato che l’attività cerebrale è aumentata durante le fasi di avvicinamento ai cani e i livelli di emoglobina sono rimasti elevati (indicando pertanto un aumento dell’attività cerebrale) anche dopo che il cane se n’era andato. Il peluche ha avuto effetti simili a quelli riscontrati in presenza di un cane reale ma solo inizialmente. I ricercatori hanno affermato che quando i partecipanti sono tornati dopo la prima sessione, la differenza nell’attività cerebrale tra le sessioni con cani veri e le sessioni con cani di peluche è aumentata notevolmente.

Questo esperimento è stato utile?.

Sì, lo è stato perché offre una visione del cervello basata sull’ossigenazione del sangue senza la necessità di analizzarlo tramite uno scanner. In futuro questo stesso esperimento potrebbe essere effettuato con soggetti affetti da determinate patologie (ad esempio anemia, malattie autoimmuni, emoglobina bassa,…) allo scopo di verificare se, anche in questi casi, aumenta o meno la loro attività cerebrale frontale una volta entrati in contatto con dei cani.

Categorie
Notizie

Sigaretta elettronica in gravidanza: quali sono i rischi?

Per smettere di fumare sigarette di tabacco si tenta la strada delle sigarette elettroniche. È questa la ragione più frequente che spinge all’acquisto delle sigarette aromatizzate elettroniche, più economiche delle altre e prive di monossido di carbonio. Ma una fumatrice in dolce attesa che non riesce a smettere di fumare può fare questa stessa scelta senza mettere a rischio la sua salute e quella del bambino? È vero che le sigarette elettroniche possono aiutare a ridurre il numero di sigarette fumate quotidianamente, ma il rischio più alto è quello di tornare a fumare sigarette di tabacco all’indomani del parto.

Donne che fumano in gravidanza: quante sono?. Secondo gli ultimi dati pubblicati dalla Fondazione Veronesi si stima che, su quasi 5 mila donne intervistate in gravidanza, il 23% ha dichiarato di non avere mai smesso di fumare; il 70% afferma di averlo fatto, sebbene il 18% ammetta di aver ripreso a fumare dopo tre mesi dal parto mentre il 30% dopo un anno. A ciò si aggiunge che il numero di fumatrici in gravidanza potrebbe essere assai superiore ai dati raccolti ufficialmente.

Alternative alle sigarette.

In alternativa alle sigarette di tabacco non esistono soltanto le sigarette elettroniche. In commercio si trovano prodotti sostitutivi a base di nicotina come cerotti, gomme da masticare, inalatori e spray. Il cerotto, che rilascia nicotina in modo continuativo, è consigliato ai cosiddetti fumatori accaniti. Tuttavia non funziona come prodotto sostitutivo alle sigarette classiche nel caso in cui il fumatore manifesti un desiderio improvviso di accendersi una sigaretta. In circostanze simili l’assenza della sigaretta vera e propria potrebbe essere almeno in parte compensata da una gomma da masticare, da una caramella oppure da uno spray sublinguale a base di nicotina. Per le donne in gravidanza che hanno smesso di fumare durante la gravidanza ma sono ancora fortemente dipendenti dal fumo è sempre consigliabile un supporto di tipo psicologico.

Sigarette elettroniche e cerotto alla nicotina in gravidanza.

Le sigarette elettroniche e i cerotti alla nicotina possono essere utilizzati come validi alternative alle sigarette di tabacco anche in gravidanza? In realtà questi due prodotti sostitutivi delle sigarette classiche non sono esattamente interscambiabili. Il cerotto è un dispositivo medico che comporta una totale rinuncia al fumo di sigaretta al tabacco. Le sigarette elettroniche non sono dispositivi medici sebbene consentano di mantenere viva la tipica gestualità rituale del fumatore. In linea generale, chi fuma sigarette elettroniche per diminuire il numero di sigarette al tabacco tende a fumarle entrambe, alternandole nell’arco della giornata o della settimana.

Fumare durante l’allattamento.

Fumare sigarette elettroniche in gravidanza può portare a riprendere il vizio del fumo da tabacco dopo il parto, quindi anche in allattamento. La nicotina permane per alcune ore nel latte materno, unico alimento assunto dal neonato nei primi mesi di vita. Di conseguenza, l’assunzione di grandi quantità di latte contaminato da nicotina in proporzione al peso ridotto del bambino, lo pone a rischio di un’intossicazione nicotinica e anche di dipendenza. Nel caso in cui non si riesca a smettere di fumare nemmeno durante l’allattamento, meglio farlo lontano dalle poppate, almeno un’ora e mezza prima di allattare il piccolo.

Categorie
Notizie

Multivitaminici negli anziani: migliorano memoria e capacità cognitive

Una dieta sana integrata con l’assunzione giornaliera di un multivitaminico per un periodo prolungato di 3 anni consecutivi ha migliorato la salute cognitiva globale ma anche la memoria episodica degli anziani. Nessun beneficio, invece, è stato ottenuto dall’assunzione quotidiana di un integratore a base di estratto di cacao. A dimostrarlo un ampio studio condotto dall’Università Wake Forest della Caoline del Nord, in collaborazione con il Brigham e il Women’s Hospital di Boston, pubblicato sulla rivista scientifica Alzheimer’s & Dementia: The Journal of the Alzheimer’s Association.

I benefici dei multivitaminici negli anziani.

I ricercatori hanno stimato che tre anni di integrazione multivitaminica in soggetti di età media di 73 anni si sono tradotti approssimativamente in un rallentamento del 60% del declino cognitivo (circa 1,8 anni). Lo studio ha messo alla prova lo stato cognitivo, la capacità di ricordare parole, storie, intervalli numerici e la fluidità verbale dei partecipanti. I benefici sono stati relativamente più pronunciati nei soggetti con malattie cardiovascolari significative, il che è importante perché sono proprio loro quelli più a rischio di deterioramento e declino cognitivo con l’avanzare dell’età.

Ricerca scientifica e malattie senili.

L’Alzheimer e la demenza senile affliggono più di 46 milioni di persone nel mondo. Secondo l’Alzheimer’s Association, più di 6,5 milioni di americani vivono con il morbo di Alzheimer e 1 anziano su 3 muore a causa della malattia o di un’altra forma di demenza. “C’è un urgente bisogno di proteggere gli anziani da queste malattie e di alleggerire, di conseguenza, anche il pesante carico sociale che queste comportano” ha affermato Laura D. Baker, professoressa di gerontologia e medicina geriatrica presso la Wake Forest University School of Medicine, nonché una delle ricercatrici dello studio sul rapporto tra multivitaminici e anziani.

Integratori di vitamine e senilità: i benefici vanno approfonditi. “È troppo presto per raccomandare l’integrazione quotidiana di multivitaminici per prevenire il declino cognitivo”, ha detto Baker. “Sebbene questi risultati preliminari siano promettenti, sono necessarie ulteriori ricerche in un gruppo di persone più ampio e diversificato. Inoltre, abbiamo ancora del lavoro da fare per capire meglio perché il multivitaminico potrebbe giovare all’attività cognitiva degli anziani”. Questo studio era infatti di tipo osservazionale: i risultati ottenuti vanno dunque confermati o meno da ulteriori ricerche e approfondimenti. Le prove a sostegno dei benefici cognitivi degli integratori multivitaminici sono al momento contrastanti. La scelta migliore in questi casi resta quella di rivolgersi al proprio medico di fiducia circa l’opportunità di integrare la propria alimentazione quotidiana o quella di un familiare anziano con multivitamine e minerali.

Categorie
Notizie

Il ruolo degli antidepressivi nella gestione della depressione

Sul mensile statunitense Psychiatric Times lo scorso mese è stato pubblicato un articolo intitolato “Serotonin or Not, Antidepressants Work”, scritto a quattro mani da Ronald W. Pie e George Dawson, dottori in psichiatria e professori in psicofarmacologia in diverse università USA. I due autori ribattono a un recente studio britannico in cui viene messa in discussione l’utilità degli antidepressivi, se non quella di “intorpidire le emozioni”. Da qui si è aperto un dibattito in Rete sull’origine della depressione stessa, sul ruolo della serotonina e sui farmaci utilizzati per curarla.

Non esiste una “teoria della serotonina”.

Pie e Dawson ricordano che non è mai esistita una teoria della serotonina in base alla quale un suo squilibrio geneticamente/costituzionalmente inteso porti in tutti i casi alla depressione. È ugualmente concepibile che le prime esperienze del neonato o del bambino possano causare cambiamenti biochimici e che questi possano esporre alcuni individui a depressione in età adulta. A fronte di una diagnosi di disturbo depressivo non possono mai essere esclusi fattori biochimici, fisiologici e psicologici concomitanti.

Serotonina e casi di depressione.

Da anni ormai gli psichiatri sono consapevoli che l’eziologia della depressione e di altri disturbi dell’umore non può essere spiegata esclusivamente in base a un unico neurotrasmettitore: serotonina, noradrenalina o qualche altra ammina biogenica. Basti pensare che il cervello contiene da 50 a 100 neurotrasmettitori: uno solo di questi non può spiegare una malattia così complessa come la depressione (né ci sono elementi scientifici che lo dimostrino). Le ipotesi e gli studi sui disturbi dell’umore si sono estesi ben al di là della serotonina, così come la ricerca e la produzione farmacologica di antidepressivi. Per più di 40 anni il paradigma operativo adottato in psichiatria è stato di tipo biopsicosociale, vale a dire che le cause della depressione possono essere molteplici e di varia natura. Michael Bloomfield, ricercatore all’University College London: “Non credo di aver incontrato scienziati o psichiatri seri che pensino che tutti i casi di depressione siano causati da un semplice squilibrio chimico della serotonina. Ciò che resta possibile è che per alcune persone con determinati tipi di depressione i cambiamenti nel sistema della serotonina possano contribuire ai loro sintomi”.

L’efficacia degli antidepressivi.

Gli antidepressivi servono? Migliorano le condizioni di un malato? L’efficacia degli antidepressivi è confermata da studi clinici randomizzati e controllati. Quindi la risposta è sì, sono utili e ha senso impiegarli nel trattamento acuto degli episodi depressivi maggiori da moderati a gravi. Un trattamento antidepressivo dovrebbe essere intrapreso in modo conservativo, monitorato da vicino e considerato solo come una singola componente di un approccio biopsicosociale completo nei confronti della depressione, che generalmente include la terapia della parola. Pertanto, i pazienti dovrebbero essere istruiti su tutte e tre le componenti dei disturbi dell’umore: biologico, psicologico e socioculturale.

Uso prolungato di antidepressivi.

Sull’uso a lungo termine di antidepressivi (ad esempio per diversi anni consecutivi) il quadro si fa più complicato poiché al momento si hanno molte meno prove scientifiche sulla loro efficacia in trattamenti prolungati anche per decenni. Allo stesso modo risulta essere altrettanto delicata la questione della sospensione dell’uso a lungo termine di questi farmaci. Ciò detto, sostengono i due psichiatri su Psychiatric Times, la discussione rischio/beneficio riguardante gli antidepressivi (e altri trattamenti biologici in psichiatria) dovrebbe essere affrontata nello stesso modo in cui il medico affronterebbe qualsiasi altro intervento medico serio.

Depressione: un disturbo complesso ed eterogeneo.

La depressione è un disturbo complesso ed eterogeneo con cause e fattori di rischio biologici, psicologici e socioculturali. Storicamente gli psichiatri non hanno mai spiegato la depressione clinica esclusivamente in termini di riduzione della serotonina o di un altro neurotrasmettitore specifico. Molti farmaci nella medicina clinica funzionano attraverso meccanismi sconosciuti o multipli, come fanno gli antidepressivi, e questo non ne pregiudica la sicurezza, l’efficacia o l’approvazione per l’uso medico. I risultati di studi controllati con placebo offrono ampie prove che gli antidepressivi serotoninergici sono sicuri ed efficaci nel trattamento degli episodi di depressione maggiore acuti.