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Oli essenziali: benefici per la salute oltre il profumo

Gli oli essenziali sono sostanze volatili estratte da diverse parti delle piante: fiori, foglie, radici e cortecce. Si tratta di preziosi concentrati naturali con proprietà benefiche per la salute e il benessere. L’uso degli oli essenziali risale a tempi antichi, quando venivano impiegati per scopi medicinali, rituali e cosmetici. La ricerca scientifica ha confermato benefici tradizionalmente attribuiti a questi prodotti.

Proprietà degli oli essenziali

Gli oli essenziali contengono composti bioattivi che interagiscono con l’organismo. Alcuni possiedono proprietà antinfiammatorie, analgesiche e antimicrobiche, coadiuvanti nei dolori muscolari, infezioni e problemi respiratori. Altri hanno effetti calmanti e rilassanti, sul sonno, l’ansia e l’umore. Alcuni oli essenziali stimolano la circolazione sanguigna, favoriscono la digestione e supportano il sistema immunitario.

Utilizzo degli oli essenziali

Gli oli essenziali possono essere utilizzati in diversi modi. L’inalazione è uno dei metodi più comuni: si possono diffondere nell’ambiente con i diffusori, o aggiungere alcune gocce a un fazzoletto o a un cuscino. L’applicazione topica prevede la diluizione degli oli essenziali in un olio vettore, come l’olio di mandorle o di jojoba, per poi massaggiarli sulla pelle. Alcuni oli possono essere assunti per via orale, ma solo sotto stretta supervisione medica.

Il consulto con il medico curante

È necessario seguire le indicazioni d’uso e le precauzioni consigliate, poiché gli oli essenziali sono concentrati e potenti. Le informazioni fornite in questo articolo hanno scopo puramente informativo e non intendono sostituire il parere medico. In caso di problematiche di salute persistenti o specifiche, si consiglia di consultare il proprio medico curante o uno specialista di riferimento.

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Inquinamento dell’aria e rischi cardiovascolari: gli effetti sull’organismo

Il ministero della Salute ha pubblicato un documento redatto dal Gruppo di lavoro sull’impatto dell’inquinamento atmosferico sulle malattie cardiovascolari dell’Alleanza Italiana per le malattie cardio-cerebrovascolari. Il report, aggiornato a settembre 2024, analizza le evidenze scientifiche riguardanti la correlazione tra l’esposizione all’inquinamento dell’aria e l’aumento del rischio di patologie a carico del sistema cardiovascolare. Secondo quanto riportato nel documento, l’inquinamento atmosferico è uno dei più importanti fattori di rischio ambientali per la salute. L’esposizione prolungata agli inquinanti presenti nell’aria, in particolare al particolato fine (Pm2.5) e ultrafine, può contribuire allo sviluppo e alla progressione di malattie cardiovascolari come infarto del miocardio, ictus e aritmie cardiache.

L’inquinamento dell’aria può danneggiare il sistema cardiovascolare

Il particolato inalato può attraversare la barriera polmonare e passare nel circolo sanguigno, innescando processi infiammatori, stress ossidativo e alterazioni della coagulazione. I meccanismi possono portare a disfunzione endoteliale, aterosclerosi accelerata e aumento del rischio di eventi cardiovascolari acuti. Alcune categorie di persone risultano particolarmente vulnerabili agli effetti dell’inquinamento, tra cui bambini, anziani e soggetti con preesistenti patologie croniche. Il documento sottolinea l’importanza di considerare l’inquinamento dell’aria come un rilevante fattore di rischio cardiovascolare, spesso sottovalutato, da includere nelle strategie di prevenzione.

Raccomandazioni per ridurre l’impatto dell’inquinamento sulla salute cardiovascolare

Per contrastare gli effetti negativi dell’inquinamento atmosferico sulla salute cardiovascolare, il gruppo di lavoro raccomanda un approccio integrato che includa misure di riduzione delle emissioni inquinanti, politiche di miglioramento della qualità dell’aria e strategie di prevenzione individuale. Tra queste, evitare attività fisica intensa all’aperto nelle aree e nelle ore di maggior inquinamento, utilizzare sistemi di ventilazione e purificazione dell’aria negli ambienti indoor, seguire una dieta sana e uno stile di vita attivo. È utile osservare che le informazioni riportate non intendono sostituire il parere del medico curante. In caso di dubbi o sintomi persistenti, è sempre necessario rivolgersi al proprio medico di fiducia per una valutazione completa e personalizzata.

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Microbioma intestinale: chi sono e cosa fanno i batteri “buoni” per l’organismo

Il microbioma intestinale, ovvero l’insieme dei microrganismi che popolano il tratto gastrointestinale, svolge un ruolo cruciale per la salute dell’organismo. Batteri, definiti “buoni”, collaborano attivamente con il sistema immunitario, per mantenerlo efficiente e pronto a rispondere alle minacce esterne. Il microbioma intestinale partecipa alla digestione e all’assorbimento dei nutrienti, per il corretto funzionamento dell’apparato digerente.

Batteri “buoni” del microbioma intestinale e il sistema immunitario

La presenza della flora batterica equilibrata nell’intestino è utile al mantenimento del sistema immunitario forte e reattivo. I batteri “buoni” interagiscono con le cellule immunitarie, stimolandone la maturazione e l’attività. L’interazione permette all’organismo di distinguere tra microrganismi patogeni e non patogeni, evitando così reazioni eccessive o inappropriate. Un microbioma intestinale in equilibrio, quindi, aiuta a ridurre il rischio di infezioni e di malattie autoimmuni.

Microbioma intestinale per la digestione e l’assorbimento dei nutrienti

Il microbioma intestinale è coinvolto nei processi digestivi e nell’assimilazione delle sostanze nutritive. I batteri “buoni” nell’intestino sono in grado di fermentare fibre e carboidrati non digeribili, dando la produzione di acidi grassi a catena corta, fonte energetica per le cellule del colon. I microrganismi “buoni” sintetizzano vitamine essenziali, come la vitamina K e alcune vitamine del gruppo B, e favoriscono l’assorbimento di minerali quali calcio, magnesio e ferro. È utile ricordare che le informazioni fornite in questo articolo hanno scopo puramente informativo e non intendono sostituire il consulto medico. In caso di problematiche persistenti o dubbi riguardanti la propria salute, è sempre necessario rivolgersi al proprio medico curante o agli specialisti di riferimento.

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Fitoterapia, il potere delle piante per il benessere

La fitoterapia, ovvero l’uso di piante per diverse condizioni, è un approccio naturale che fonda le radici nella storia dell’umanità. Fin dall’antichità, infatti, l’uomo ha fatto ricorso alle proprietà delle piante per alleviare sintomi e curare diverse condizioni. Ancora oggi, la fitoterapia si pone come complemento alla medicina tradizionale con soluzioni ben tollerate dall’organismo.

Piante e promozione del benessere

Le piante usate in fitoterapia contengono vere e proprie componenti attive. Parliamo di flavonoidi, tannini, alcaloidi e oli essenziali, che agiscono per esplicare i loro effetti. Composti naturali che possono avere proprietà antinfiammatorie, antiossidanti, analgesiche, sedative o immunostimolanti, a seconda della pianta utilizzata e della sua composizione. La fitoterapia sfrutta le proprietà delle piante per promuovere il benessere dell’organismo.

Consulenza del farmacista non sostituisce il consulto del medico

Per l’uso sicuro dei prodotti fitoterapici, è bene affidarsi a professionisti della salute di consolidata esperienza. Si menzionano i farmacisti che, nel loro background formativo, dispongono di competenze e conoscenze sulle diverse piante medicinali, sulle loro indicazioni e sulle eventuali controindicazioni o interazioni con altri farmaci. Ciò nonostante, è bene ricordare che i farmacisti non intendono sostituire il consulto con i medici curanti, ove la problematica presentata dovesse persistere. In caso di dubbi o di sintomi persistenti, è necessario contattare il proprio medico di base o lo specialista di riferimento per una valutazione approfondita e un’adeguata terapia.

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Consumo di bevande zuccherate: maggior rischio di cancro orale nelle donne

Uno studio pubblicato su Jama Otolaryngology-Head & Neck Surgery ha evidenziato la correlazione tra assunzione di bevande zuccherate e incremento del rischio di sviluppare il cancro della cavità orale nelle donne, a prescindere dalle abitudini legate al fumo e al consumo di alcol. Sebbene il cancro orale sia considerato una neoplasia poco frequente, con circa 350mila casi diagnosticati annualmente a livello globale, si tratta di una patologia particolarmente aggressiva. In passato, il maggior numero di casi si riscontrava negli uomini anziani esposti a fattori di rischio come il tabacco e l’alcol. Tuttavia, con le campagne antifumo, si è osservata la diminuzione dei casi nella popolazione, ma un aumento dell’incidenza nelle donne bianche non fumatrici.

Rischio quasi 5 volte maggiore di sviluppare il cancro orale

Nonostante le raccomandazioni dell’Oms di limitare gli zuccheri aggiunti nella dieta, il consumo rimane eccessivo nei paesi industrializzati. Lo studio, condotto su oltre 162mila donne per un periodo di 30 anni, ha rilevato che coloro che consumavano una o più bevande zuccherate al giorno presentavano un rischio quasi 5 volte maggiore di sviluppare il cancro orale rispetto a quelle che ne consumavano meno di una al mese. Il rischio è elevato sia per i tumori della lingua che per altri sottositi della cavità orale, con un aumento stimato di circa 3 casi ogni 100mila abitanti.

Necessaria una strategia preventiva globale

I risultati hanno messo in luce la necessità di ridurre il consumo di bevande zuccherate come parte di una strategia preventiva globale, con effetti positivi anche sul rischio di obesità e diabete. È utile evidenziare che il consiglio dei farmacisti non intende sostituire il consulto con i medici curanti, qualora la problematica presentata dovesse persistere. In tal caso, è necessario contattare i medici curanti o gli specialisti di riferimento.