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Omocisteina e iperomocisteinemia: quali implicazioni per la salute?

L’omocisteina è un aminoacido non proteico, normalmente presente nel sangue, che deriva dal metabolismo della metionina, un altro aminoacido essenziale. La sua presenza è regolata da diversi fattori, tra cui la dieta, l’attività fisica e la genetica. Quando i livelli di omocisteina nel sangue aumentano oltre la norma, si verifica una condizione chiamata iperomocisteinemia.

Iperomocisteinemia: anomalia da non sottovalutare.

L’iperomocisteinemia è una condizione caratterizzata da un eccesso di omocisteina nel sangue. L’anomalia può essere causata da diversi fattori, tra cui una dieta povera di vitamine B6, B9 (folato) e B12, che sono essenziali per il metabolismo dell’omocisteina. Altri fattori possono includere l’uso di alcuni farmaci, l’insufficienza renale e alcune condizioni genetiche. L’iperomocisteinemia può avere diverse implicazioni per la salute, tra cui un aumentato rischio di malattie cardiovascolari e neurologiche.

Gestione dell’iperomocisteinemia: dieta e del monitoraggio dei livelli di omocisteina.

La gestione dell’iperomocisteinemia richiede un approccio multifattoriale. Una dieta equilibrata, ricca di vitamine B6, B9 e B12, può aiutare a regolare i livelli di omocisteina nel sangue. Inoltre, il monitoraggio regolare dei livelli di omocisteina può aiutare a identificare tempestivamente eventuali anomalie e a intervenire in modo appropriato. È utile ricordare che la gestione dell’iperomocisteinemia dovrebbe sempre essere supervisionata da un professionista sanitario. L’articolo è stato redatto con l’intento di fornire informazioni generali su omocisteina e iperomocisteinemia, e non sostituisce in alcun modo il consiglio del farmacista o del medico curante. In caso di persistenza della problematica presentata, è necessario consultare il proprio medico curante o lo specialista di riferimento.

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Sansevieria trifasciata Laurentii: un alleato naturale per la purificazione dell’aria di casa

La qualità dell’aria nelle abitazioni è un elemento fondamentale per il benessere generale. Un ambiente domestico con un’aria pulita e salubre può contribuire a migliorare la qualità della vita, riducendo l’esposizione a potenziali inquinanti. In questo contesto, la Sansevieria trifasciata Laurentii, pianta ornamentale di origine africana, può svolgere un ruolo nella purificazione dell’aria di casa (o dell’ufficio).

Sansevieria trifasciata Laurentii: un purificatore d’aria naturale.

La Sansevieria trifasciata Laurentii, conosciuta anche come “lingua di suocera”, è una pianta che ha la capacità di assorbire e neutralizzare alcune sostanze nocive presenti nell’aria. La pianta è in grado di filtrare l’aria da composti organici volatili come il benzene, il formaldeide e il tricloroetilene, che possono essere rilasciati da mobili, vernici e prodotti per la pulizia. Inoltre, la Sansevieria trifasciata Laurentii ha la particolarità di produrre ossigeno anche durante la notte, a differenza della maggior parte delle piante che lo fanno solo durante il giorno.

Benefici della Sansevieria trifasciata Laurentii per la salute.

L’uso della Sansevieria trifasciata Laurentii come purificatore d’aria naturale può portare diversi benefici per la salute. La riduzione dell’esposizione a sostanze nocive può contribuire a prevenire problemi respiratori e allergie. L’ossigeno prodotto durante la notte può favorire un sonno migliore e più riposante. Nonostante ciò, è importante ricordare che la presenza di questa pianta non può sostituire una buona ventilazione e pulizia dell’ambiente domestico. Questo articolo è stato redatto con l’intento di fornire informazioni generali sulla Sansevieria trifasciata Laurentii e i suoi potenziali benefici per la qualità dell’aria domestica. Non sostituisce in alcun modo il consiglio del farmacista o del medico curante. In caso di persistenza della problematica presentata, si consiglia di consultare un professionista della salute.

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L’impatto dell’alcol durante la gravidanza: conseguenze per la madre e il nascituro

L’assunzione di alcol e droghe durante la gravidanza può avere ripercussioni negative sulla salute della gestante e del feto. Le donne, durante il periodo fertile, sono più inclini a sviluppare un disturbo da uso di sostanze rispetto agli uomini. Ciò perché esiste una differenza di genere nell’ambito della “dipendenza”, che le rende più vulnerabili a passare dall’uso occasionale, all’uso problematico e, infine, al disturbo da uso di sostanze conclamato. Ad accendere i riflettori su questa problematica è la Società italiana di neonatologia (Sin), in occasione della Giornata mondiale della sindrome feto-alcolica e disturbi correlati, che si è celebrata il 9 settembre 2023.

Consumo di alcol in gravidanza: un problema globale.

Il consumo di alcol durante la gravidanza è una pratica diffusa in molti Paesi, con circa il 10% delle donne che consuma alcol durante la gravidanza, secondo i Rapporti Istisan 23/3. Non essendo stata definita una dose di alcol sicura durante la gravidanza, la Società italiana di neonatologia ha ricordato l’importanza dell’astensione totale durante tutto il periodo gestazionale. L’abuso cronico di alcol può causare gravi problemi alla madre e al neonato, aumentando il rischio di aborto spontaneo, morte intrauterina, sindrome della morte improvvisa in culla, parto pretermine, basso peso alla nascita e, soprattutto, può essere responsabile dell’insorgenza di difetti di sviluppo fetale e di disabilità dello sviluppo neurocognitivo infantile.

Disturbi dello spettro alcolico fetale e sindrome da astinenza neonatale.

Le disabilità causate dall’esposizione all’etanolo in utero sono conosciute come Disturbi dello spettro alcolico fetale (Fasd) e la Sindrome feto alcolica (Fas), ne rappresenta la forma clinica più grave. L’alcol può causare anche la Sindrome da astinenza neonatale (San), una condizione patologica causata dalla cessazione improvvisa dell’effetto di queste sostanze, assunte cronicamente dalla madre in gravidanza e trasferite al feto attraverso la placenta. Nonostante l’esistenza di interventi efficaci per mitigare e prevenire i rischi legati all’alcol, molte donne in gravidanza in Europa continuano a bere e le azioni a livello regionale e nazionale sono ancora insufficienti. Questo articolo non intende sostituire il consiglio del farmacista o il consulto con il medico curante. In caso di persistenza della problematica presentata, si consiglia di consultare un professionista sanitario.

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Anticoncezionali, antinfiammatori e diabete: aumento del rischio trombotico nelle donne

La tromboembolia venosa e la trombosi polmonare rappresentano una delle principali cause di decesso nei paesi occidentali, con una persona che perde la vita ogni 37 secondi a causa di queste patologie. Tali condizioni, che comportano la formazione di coaguli sanguigni nei vasi, sono la terza causa di morte tra le malattie cardiovascolari. Un’indagine pubblicata su Plos One nel 2020 ha rilevato che il rischio di tromboembolia venosa in un gruppo di pazienti affetti da diabete di tipo 1 era di 5,33 volte superiore rispetto al gruppo di controllo non diabetico.

Anticoncezionali e Fans: binomio pericoloso.

Recentemente, uno studio danese pubblicato su Bmj ha messo in luce una correlazione tra l’uso di contraccettivi ormonali a base di estrogeni e progestinici e l’uso di antinfiammatori non steroidei (Fans) sul rischio di tromboembolia venosa. Il rischio aggiuntivo di eventi trombotici nelle donne che assumono contraccettivi ad alto rischio, come la combinazione di estro-progestinici, è di 4 volte superiore rispetto a quelle che non li assumono. L’uso di Fans, come ibuprofene e diclofenac, aumenta il rischio di 6 e 12 volte rispettivamente. Ancora più preoccupante, il rischio aumenta di 50 volte quando si assumono contraccettivi orali e Fans contemporaneamente.

Fans e trombosi: un legame da non sottovalutare.

L’uso di Fans diversi dall’aspirina, come ibuprofene, diclofenac, naprossene e le nuove molecole inibitori delle ciclo-ossigenasi, favorisce l’aggregazione piastrinica, alla base della formazione di placche che possono staccarsi dalle pareti dei vasi e raggiungere i polmoni. La malattia tromboembolica venosa è una delle patologie più comuni del sistema cardiocircolatorio, con un caso ogni 1.000 abitanti. Nelle vene profonde, solitamente degli arti inferiori, può formarsi un trombo, un aggregato di piastrine tenuto insieme da fibrina. Se non trattata, la trombosi venosa profonda può evolvere in una sindrome post trombotica o post flebitica, con alterazioni della pelle, dolore e ulcere agli arti inferiori, simili a quelle riscontrate nel diabete in stadio avanzato e non controllato. È utile ricordare, infine, che questo articolo è stato redatto con l’intento di fornire informazioni generali e non intende sostituire il consiglio del farmacista o del medico curante. In caso di persistenza della problematica presentata, è necessario consultare il proprio medico.

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Proteina C-Reattiva (Pcr): un valore essenziale per rilevare infiammazioni

La Proteina C-Reattiva (Pcr) è un elemento chiave nelle analisi del sangue, utile a rilevare la presenza di uno stato infiammatorio nell’organismo. La Pcr è un marcatore biologico prodotto dal fegato in risposta a un’infiammazione. È un indicatore della presenza di processi infiammatori o infezioni. La sua concentrazione nel sangue aumenta quando c’è un’infiammazione in corso, rendendola un utile strumento diagnostico.

Pcr: marcatore di infiammazione e infezione.

La Pcr è un marcatore sensibile ma non specifico, il che significa che può rilevare la presenza di un’infiammazione, ma non può identificare la sua causa. È spesso utilizzata in combinazione con altri test per determinare la natura esatta della malattia. Può essere utilizzata per monitorare l’efficacia del trattamento di malattie infiammatorie come l’artrite reumatoide o la malattia di Crohn. La Pcr può essere utilizzata per identificare le infezioni batteriche, che spesso causano un aumento significativo dei livelli di questa proteina.

Pcr e diagnosi di malattie specifiche.

Nonostante la Pcr sia un marcatore sensibile, non è sufficiente da sola per diagnosticare una malattia specifica. È necessario un esame clinico completo e, se necessario, ulteriori test di laboratorio per confermare una diagnosi. Nonostante ciò, la Pcr è un elemento nel processo diagnostico, in quanto può fornire indicazioni sulla presenza di un’infiammazione o di un’infezione, aiutando a monitorare la risposta del corpo al trattamento. Questo articolo è stato redatto con l’obiettivo di fornire informazioni generali sulla Proteina C-Reattiva e il suo ruolo nelle analisi del sangue. Non sostituisce in alcun modo il consiglio del farmacista o del medico curante. In caso di persistenza dei sintomi o di dubbi, si consiglia di consultare il proprio medico di fiducia.