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Pelle sensibile: prodotti innovativi per arrossamenti e prurito

La pelle sensibile è una condizione cutanea comune, caratterizzata da reattività accentuata a stimoli di varia natura. L’iper-reattività si manifesta con la comparsa di arrossamenti transitori o persistenti, accompagnati da una più o meno intensa sensazione di prurito. I fattori scatenanti possono essere agenti atmosferici, contatto con tessuti, utilizzo di detergenti chimici aggressivi o componenti presenti in alcuni cosmetici. L’identificazione della causa primaria non è sempre immediata, e dunque è necessario un approccio di tipo sintomatico e preventivo.

La risposta delle formulazioni dermocosmetiche

La ricerca in campo dermocosmetico ha sviluppato linee di prodotti dedicati espressamente alle pelli più reattive. Prodotti che si distinguono per composizioni semplificate, studiate per minimizzare il rischio di intolleranze. Le formulazioni sono generalmente ipoallergeniche e prive di sostanze potenzialmente irritanti, come profumi, alcool e conservanti, per il ripristino della barriera cutanea, la cui integrità è fondamentale per proteggere la pelle dagli agenti esterni e per ridurre la perdita di acqua trans-epidermica, fattore che può acuire secchezza e irritazione.

L’importanza di una routine di trattamento costante e personalizzata

L’uso regolare e corretto di prodotti specifici è la strategia più efficace per la gestione quotidiana della pelle sensibile. La detersione deve avvenire con prodotti a Ph fisiologico e dalle proprietà delicate, per non alterare il film idrolipidico superficiale. Successivamente, l’applicazione di creme emollienti e lenitive, arricchite con principi attivi come niacinamide, acque termali o pantenolo, aiuta a calmare le irritazioni e a fornire un immediato sollievo dalla sensazione di prurito. È fondamentale selezionare i prodotti in base alle specifiche esigenze individuali, considerando il tipo di sensibilità e la sua manifestazione. È utile ricordare che il consiglio dei farmacisti non intende sostituire il consulto con i medici curanti, ove la problematica presentata dovesse perdurare. È necessario contattare i medici curanti o i medici specialisti di riferimento.

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Obesità riconosciuta come malattia cronica: la legge per prevenzione e cura

Con la legge numero 149 del 3 ottobre 2025, lo Stato italiano ha introdotto disposizioni per la prevenzione e la cura dell’obesità. La normativa, pubblicata in Gazzetta Ufficiale, definisce principi fondamentali per la tutela della salute e il miglioramento della qualità della vita delle persone affette dalla condizione. Un aspetto centrale della legge è il riconoscimento dell’obesità come patologia progressiva e recidivante, spesso correlata ad altre malattie di rilevante impatto sociale. L’inquadramento formale è un passo avanti per la comprensione più adeguata della sua complessità. Il testo stabilisce che le prestazioni necessarie per la cura dell’obesità sono garantite all’interno dei livelli essenziali di assistenza erogati dal Servizio sanitario nazionale, assicurando in tal modo equità di accesso alle cure su tutto il territorio.

Strategie e risorse per il programma nazionale

La legge autorizza un finanziamento specifico per un programma nazionale di prevenzione e cura, con stanziamenti che crescono progressivamente fino a raggiungere 1,7 milioni di euro annui a partire dal 2027. Le risorse saranno ripartite tra le regioni per realizzare una serie di iniziative coordinate. Le azioni previste sono molteplici e riguardano in particolare la prevenzione del sovrappeso e dell’obesità in età infantile. Sono contemplate campagne di informazione per diffondere regole semplici ed efficaci per uno stile di vita corretto, coinvolgendo nell’opera di sensibilizzazione anche le farmacie, i medici di base e i pediatri. Spazio anche alla promozione dell’allattamento al seno e a iniziative per responsabilizzare i genitori verso scelte alimentari equilibrate per i propri figli, limitando il consumo di cibi e bevande ipercalorici. La legge promuove inoltre l’inserimento delle persone con obesità in contesti scolastici, lavorativi e sportivi, e favorisce l’educazione alle regole alimentari e all’attività fisica nelle scuole.

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Nifedicor gocce: modifica del contagocce e dosaggio

È stata diffusa una comunicazione relativa al medicinale Nifedicor 20 mgml gocce orali, soluzione, che riguarda una modifica tecnica apportata al dispositivo di somministrazione. Il contagocce nella confezione del prodotto è stato sostituito con un modello differente. La variazione ha una conseguenza diretta sulla quantità di soluzione erogata per ogni singola goccia. A seguito del cambiamento, è stato anche aggiornato il codice Aic, ovvero l’identificativo unico del medicinale, che risulta ora essere 024608061. La modifica è stata implementata per migliorare le caratteristiche del prodotto, ma richiede una particolare attenzione da parte degli utilizzatori per evitare errori nella assunzione.

La concentrazione per ogni singola goccia

La sostituzione del contagocce comporta una variazione, rispetto al precedente, del volume di liquido rilasciato. L’erogatore aggiornato fornisce una goccia più grande rispetto al precedente. Di conseguenza, la quantità di principio attivo, la nifedipina, presente in ciascuna goccia è raddoppiata. A titolo di esempio, con il vecchio contagocce, una goccia corrispondeva a 0,5 milligrammi di nifedipina, per cui era necessario assumere venti gocce per raggiungere un dosaggio di 10 milligrammi. Con il contagocce aggiornato, ogni goccia contiene 1 milligrammo di nifedipina, pertanto per un dosaggio di 10 milligrammi sono sufficienti dieci gocce. È utile ricordare che il presente articolo non intende sostituire il consulto del medico curante o il consiglio del farmacista. Per tutte le problematiche correlate è sempre necessario rivolgersi al professionista della salute.

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Presenza di sostanze Pfas nella birra: studio sul legame con l’acqua

La birra è tra le bevande più consumate a livello globale. La sua produzione richiede una grande quantità di acqua, che ne costituisce l’ingrediente principale. Uno studio scientifico si è concentrato sulla possibilità che le sostanze perfluoroalchiliche, note come Pfas, possano trasferirsi dalle fonti idriche municipali alla birra durante il suo processo di fabbricazione. La ricerca è stato il primo tentativo di adattare una metodologia analitica approvata per la misurazione di tali composti nelle acque potabili allo studio delle medesime sostanze all’interno di birre commerciali.

Analisi e risultati dello studio

La ricerca ha analizzato campioni di birra provenienti da diverse aree geografiche, tipologie di birrifici e fonti di approvvigionamento idrico. Le analisi statistiche sono state condotte per correlare la presenza di Pfas nelle birre con i dati relativi alla contaminazione delle acque potabili nelle zone di produzione. I risultati indicano che composti Pfas sono stati rilevati nella maggior parte delle birre analizzate. Le concentrazioni più elevate sono state riscontrate in prodotti provenienti da birrifici di piccole dimensioni situati in prossimità di fonti idriche con livelli noti di tali sostanze. In particolare, acidi perfluorosolfonici, come il Pfos, sono stati identificati frequentemente.

Implicazioni e considerazioni per il futuro

Lo studio ha messo in luce la correlazione a livello regionale tra le concentrazioni totali di Pfas, Pfoa e Pfbs nelle acque potabili e quelle misurate nelle birre. Considerando che una percentuale dei birrifici operativi si trova in zone servite da acquedotti con presenza accertata di tali sostanze, i risultati della ricerca intendono supportare politiche basate su dati concreti. L’obiettivo è fornire informazioni utili alle agenzie governative, e spunti di riflessione ai produttori sulle necessità di trattamento delle acque e favorire processi decisionali consapevoli per i consumatori. La presenza di Pfas nell’acqua è quindi una fonte di contaminazione per le bevande da essa prodotte.

Fonte: Hold my beer: the linkage between municipal water and brewing location on pfas in popular beverages

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Farmaci e cibo: quali effetti su efficacia e sicurezza

L’assunzione di farmaci a stomaco pieno è una raccomandazione frequente, presente nei foglietti illustrativi di molti medicinali. Non è un’indicazione casuale, ma risponde a precise necessità legate alla “farmacocinetica”, ovvero al modo in cui il principio attivo viene assorbito, distribuito e metabolizzato dall’organismo. Alcuni farmaci, se assunti a digiuno, possono causare irritazione gastrica o essere assorbiti troppo rapidamente, alterando la loro efficacia. Altri medicinali, invece, interagiscono con i componenti degli alimenti, migliorando la loro biodisponibilità. Il cibo può rallentare il transito gastrico, permettendo un assorbimento più graduale e omogeneo del principio attivo. Alcuni nutrienti, come i grassi, favoriscono l’assorbimento di farmaci liposolubili, aumentandone l’efficacia terapeutica.

L’importanza dell’orario e del tipo di pasto

Non tutti i pasti hanno lo stesso effetto sull’assorbimento dei farmaci. Un pasto ricco di grassi, ad esempio, può modificare la velocità con cui un medicinale raggiunge il circolo sanguigno. Al contrario, un pasto leggero potrebbe non essere sufficiente a proteggere la mucosa gastrica dall’irritazione causata da alcuni principi attivi. Per tale motivo, è fondamentale seguire le indicazioni del foglietto illustrativo o le istruzioni fornite dal farmacista. Alcuni antibiotici, come le tetracicline, devono essere assunti lontano dai latticini perché il calcio presente negli alimenti ne riduce l’assorbimento. Allo stesso modo, i farmaci a base di ferro possono risultare meno efficaci se assunti insieme a tè o caffè, a causa dei tannini che ne limitano la biodisponibilità.

Quando il cibo diventa una necessità terapeutica

In alcuni casi, l’assunzione di farmaci a stomaco pieno non è solo una raccomandazione, ma una vera e propria necessità per evitare effetti collaterali. I farmaci antinfiammatori non steroidei (Fans), ad esempio, possono causare gastrite o ulcere se assunti a digiuno. Allo stesso modo, alcuni farmaci per il diabete richiedono l’assunzione con il cibo per prevenire ipoglicemie. Anche la consistenza del pasto può influire. Alcuni medicinali, come quelli a lento rilascio, devono essere assunti con pasti solidi per garantire un rilascio graduale del principio attivo. Al contrario, altri farmaci potrebbero richiedere solo un piccolo spuntino per ridurre il rischio di nausea o vertigini. Le informazioni fornite non sostituiscono il parere del medico curante. In caso di dubbi o sintomi persistenti, è necessario consultare un professionista sanitario.