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Povertà sanitaria in Italia: a rischio il diritto alla salute

I dati presentati nel tredicesimo Rapporto Opsan hanno messo in luce una situazione complessa. La povertà assoluta nel Paese è in aumento, passando dal 6,2% delle famiglie nel 2014 all’8,4% nel 2024. Il deterioramento delle condizioni materiali si riflette direttamente sulla capacità di tutelare la propria salute. Le famiglie in condizione di povertà assoluta destinano alla spesa sanitaria mensile pro capite una cifra inferiore rispetto alle famiglie non povere, con una media di 10,66 euro contro 67,97 euro. In termini percentuali, la spesa per la salute è solo il 2,1% del totale dei consumi per le famiglie povere, a fronte del 4,4% delle altre. Il divario economico si traduce in un divario nell’accesso effettivo alle cure, mettendo a rischio il principio costituzionale del diritto alla salute.

Rinunce forzate e la composizione della spesa

La necessità di limitare le spese sanitarie per ragioni economiche comporta scelte obbligate che influiscono sulla qualità della cura. Le famiglie in difficoltà economica tendono a concentrare le risorse disponibili principalmente sull’acquisto di medicinali, che assorbono oltre il 56% della loro modesta spesa sanitaria. Si registra una netta riduzione nell’accesso ad altre prestazioni, in particolare quelle odontoiatriche e gli esami diagnostici di controllo e prevenzione. Il pattern di spesa, dettato dalla necessità, può comportare conseguenze negative sulla salute a lungo termine, favorendo la cronicizzazione di patologie non diagnosticate o non adeguatamente seguite. La rinuncia o la limitazione delle cure non è quindi una libera scelta, ma una strategia di adattamento a vincoli economici stringenti.

Ruolo del territorio e delle reti di supporto

Acquista rilievo la risposta fornita dalla rete assistenziale territoriale. Gli enti del Terzo Settore convenzionati con realtà come il Banco Farmaceutico sono un presidio in costante crescita numerica. Nel 2025, tali enti assistono oltre 500mila persone in condizione di povertà sanitaria, con un incremento rispetto all’anno precedente. Il dato segnala da un lato l’aumento del bisogno, dall’altro la capacità di risposta di una rete solidale radicata sul territorio. La sfida per il sistema sanitario nel suo complesso appare quella di integrare maggiormente le risorse in un modello di cura che superi una logica puramente prestazionale, orientandosi verso una presa in carico più relazionale e prossima ai bisogni delle persone, specialmente di quelle più fragili. Il successo di strumenti come le farmacie, le Case della Comunità dipenderà dalla capacità di diventare effettivi luoghi di integrazione tra professionisti, servizi pubblici e realtà del Terzo Settore.

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Dormire bene dopo i 40: luci, schermi e abitudini serali

Il sonno è una funzione biologica essenziale per il recupero fisico e mentale, ma con l’avanzare dell’età, in particolare dopo i quarant’anni, la sua architettura può subire modificazioni fisiologiche. La produzione di melatonina tende a diminuire dando il riposo più fragile e suscettibile a interruzioni. Le abitudini quotidiane e l’esposizione a determinati stimoli ambientali nelle ore serali acquisiscono un’importanza ancora maggiore per la qualità del riposo.

L’influenza della luce artificiale e degli schermi sul sonno

Un elemento è la luce, in particolare quella di colore blu emessa dai dispositivi elettronici come smartphone, tablet, televisori e computer. La tipologia di luce è interpretata dal cervello come segnale diurno, inibendo la naturale secrezione di melatonina e ritardando l’insorgenza della sonnolenza. L’uso prolungato di dispositivi in tarda serata può quindi confondere il ritmo circadiano, rendendo difficile addormentarsi. Anche l’illuminazione generale dell’ambiente domestico gioca un ruolo. Ambienti luminosi nelle ore serali non favoriscono il rilassamento necessario per il passaggio alla fase di riposo. La creazione di un’atmosfera con luci più calde e soffuse può invece segnalare all’organismo l’approssimarsi del momento di dormire.

Importanza di una routine serale finalizzata al rilassamento.

Le attività svolte prima di coricarsi hanno una rilevanza diretta. Consumare pasti pesanti, assumere sostanze – caffeina o teina –, o dedicarsi a discussioni impegnative o a lavoro intellettuale intenso possono mantenere elevati i livelli di attivazione psicofisica. Però, la costanza di una routine pre-sonno, definita come igiene del sonno, può essere di grande aiuto. La routine può comprendere attività tranquille e ripetitive che favoriscano il distacco dalle preoccupazioni della giornata, come la lettura di un libro non troppo coinvolgente, l’ascolto di musica rilassante o semplici esercizi di respirazione. La regolarità negli orari di addormentamento e risveglio, compresi i fine settimana, porta a stabilizzare il ritmo circadiano, rendendo il sonno più prevedibile e ristoratore.

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Pelle spenta e che tira: segnale da non sottovalutare

Tra le ragioni più comuni che portano alla pelle disidratata e spenta vi è un apporto idrico insufficiente. L’acqua è fondamentale per il mantenimento del turgore e dell’elasticità dei tessuti. Anche carenze nutrizionali, in particolare di vitamine, sali minerali e acidi grassi essenziali, possono privare la pelle delle risorse necessarie per rigenerarsi e mantenersi sana. Il funzionamento del sistema digerente e la capacità dell’organismo di assimilare i nutrienti giocano un ruolo altrettanto cruciale. Situazioni di stress prolungato possono alterare l’equilibrio ormonale, influenzando negativamente la produzione di sebo e il naturale film idrolipidico che protegge l’epidermide. Anche alcune abitudini, come un riposo notturno inadeguato, possono compromettere i processi di riparazione cellulare che avvengono durante la notte.

Quando è opportuno approfondire con un professionista della salute

Sebbene in molti casi un miglioramento dello stile di vita possa apportare benefici visibili, la persistenza del problema richiede un approfondimento. La pelle costantemente spenta e che tira, nonostante le cure abituali, potrebbe essere correlata a condizioni che necessitano di una valutazione specifica. È quindi importante non limitarsi a trattamenti superficiali quando il sintomo persiste nel tempo. In tali circostanze, diventa fondamentale consultare figure professionali qualificate per ottenere una diagnosi precisa. Il farmacista può fornire un primo consiglio orientativo e suggerire prodotti dermocosmetici idonei a supportare la barriera cutanea, ma l’interpretazione di segnali potenzialmente legati a stati carenziali o ad altre condizioni rimane di competenza medica.

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L’attività fisica regolare riduce il rischio di morte per tumori del 31%

In Italia, il 35% della popolazione non pratica mai alcuna forma di sport o di attività fisica, per un totale di oltre 20 milioni e 600 mila persone sedentarie. Il dato preoccupa gli oncologi italiani, considerando l’impatto della sedentarietà sui tumori. Infatti, l’attività fisica regolare può ridurre del 31% il rischio di morte per cancro e diminuire fino al 20% l’insorgenza di un carcinoma rispetto a chi è più sedentario. Le neoplasie maggiormente influenzate dalla scarsa attività fisica sono quelle al seno, vescica, colon, endometrio, adenocarcinoma esofageo, rene e stomaco.

Come agisce l’attività fisica sull’organismo

L’attività fisica interviene positivamente su diversi meccanismi di patogenesi delle neoplasie più diffuse. La sedentarietà è strettamente collegata all’obesità, un altro rilevante fattore di rischio oncologico che riguarda oltre l’11% dei cittadini italiani. La promozione dell’attività fisica regolare può portare benefici sia al singolo individuo che all’intera collettività, riducendo l’impatto dei tumori.

Sensibilizzazione e screening per la prevenzione

Oltre all’attività fisica regolare, è fondamentale non fumare, limitare il consumo di alcol, controllare il peso corporeo e seguire una dieta equilibrata. Inoltre, vanno incentivati i programmi di screening per la diagnosi precoce dei tumori della mammella, del colon-retto e della cervice uterina. L’attività fisica porta benefici anche ai pazienti oncologici, migliorando il sistema cardiovascolare, la forza muscolare, la densità ossea e contrastando gli effetti collaterali delle terapie. Tuttavia, solo il 4% dei malati è sufficientemente attivo. Iniziative come Oncorun2025, in cui gli operatori sanitari stessi danno l’esempio correndo, sono importanti per diffondere il messaggio di prevenzione primaria e terziaria del cancro.

Il consiglio dei farmacisti non intende sostituire il consulto con i medici curanti o specialisti di riferimento, qualora la problematica presentata dovesse persistere. Si raccomanda di contattare il proprio medico curante o lo specialista in caso di necessità.

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Farmaci e basse temperature: cosa cambia nella terapia

Con l’inverno e il calo delle temperature è doveroso capire in che modo il freddo possa interagire con i farmaci assunti regolarmente. Ci sono alcune categorie di farmaci infatti, che risentono delle diverse condizioni ambientali, sia per quanto riguarda la conservazione del prodotto stesso, sia per la risposta dell’organismo al principio attivo. L’attenzione deve essere posta sia ai farmaci assunti per via orale sia a quelli che si applicano sulla pelle poiché i meccanismi possono differire.

Effetto del freddo sull’organismo e sulla terapia

Il corpo reagisce al freddo con vasocostrizione periferica che riduce l’afflusso di sangue alla pelle per conservare calore. È un adattamento che può modificare l’assorbimento e la distribuzione di alcuni farmaci. I principi attivi applicati sulla pelle, come creme o cerotti, potrebbero essere assorbiti con minore velocità se la circolazione cutanea è ridotta. Le basse temperature possono alterare la viscosità di alcuni liquidi iniettabili. Per quanto riguarda la conservazione, è fondamentale rispettare le indicazioni riportate sul foglietto illustrativo. Molti farmaci devono essere custoditi a temperatura ambiente, però il concetto di “ambiente” presuppone condizioni normalizzate, un locale non riscaldato d’inverno potrebbe non essere idoneo. È meglio non conservare i medicinali in auto, in garage, o su davanzali esposti al gelo.

Consigli per la corretta gestione invernale

Per stabilità ed efficacia dei farmaci in inverno, il primo passo è leggere con attenzione le modalità di conservazione indicate nella confezione e nel “bugiardino”. I medicinali che non richiedono specifiche condizioni di refrigerazione dovrebbero essere riposti in un mobiletto in un ambiente della casa sufficientemente caldo e asciutto, lontano da fonti di calore diretto e umidità. Per i farmaci che si portano con sé fuori casa, è bene limitare il tempo di esposizione al freddo e utilizzare contenitori termici se il trasporto si protrae per diverse ore. In caso di dubbi sulla corretta conservazione di un prodotto, è consigliabile rivolgersi al proprio farmacista di fiducia per un parere.

Consultare il medico o il farmacista per maggiori chiarimenti

Un altro aspetto da considerare è l’interazione tra condizioni climatiche e stato di salute generale, alcune patologie croniche possono essere influenzate dal freddo, con possibili ripercussioni sulla gestione terapeutica complessiva. Ciò nonostante, è utile osservare che le informazioni fornite hanno scopo puramente informativo e non sostituiscono il parere del professionista sanitario. Il consiglio del farmacista non intende in alcun modo sostituire il rapporto con il medico curante. In caso di sintomi persistenti o dubbi sulla terapia, è necessario consultare il proprio medico o lo specialista di riferimento.