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Allergie e intolleranze alimentari: come distinguerle

Le reazioni avverse agli alimenti sono un fenomeno comune, ma spesso generano confusione. La distinzione principale risiede nei meccanismi biologici coinvolti. Le allergie alimentari sono reazioni del sistema immunitario, che identifica erroneamente una specifica proteina di un alimento come una minaccia. La risposta immunitaria, spesso immediata, può innescare una cascata di sintomi che coinvolgono diversi organi. Le intolleranze alimentari non coinvolgono il sistema immunitario in modo diretto. È piuttosto la difficoltà dell’organismo nel digerire o nel metabolizzare determinate sostanze presenti nei cibi, come il lattosio o alcuni additivi. I sintomi delle intolleranze sono generalmente limitati all’apparato digerente e la loro comparsa può essere ritardata rispetto all’ingestione.

Sintomi e gravità: un confronto necessario

La diversa natura delle condizioni si riflette nella tipologia e nella severità dei sintomi manifestati. Le reazioni allergiche possono variare da manifestazioni cutanee, come orticaria o eczema, a disturbi gastrointestinali, fino a sintomi respiratori quali rinite o asma. In casi estremi, può verificarsi una reazione sistemica grave, nota come shock anafilattico, emergenza medica che richiede un intervento immediato. Le intolleranze, invece, tipicamente provocano disturbi come gonfiore addominale, crampi, diarrea o flatulenza. I sintomi, sebbene fastidiosi e potenzialmente debilitanti per la qualità della vita, non evolvono verso quadri di pericolo immediato per la vita. La persistenza dei disturbi e la loro correlazione con l’assunzione di certi alimenti sono elementi da segnalare al proprio medico o farmacista.

La diagnosi e la gestione pratica

Data la differenza sostanziale tra le due condizioni, l’approccio diagnostico e gestionale deve essere mirato. Per le allergie, la diagnosi si avvale di test specifici, come i prick test cutanei o il dosaggio delle immunoglobuline E nel sangue, prescritti e interpretati da uno specialista. La gestione si basa principalmente sull’evitamento rigoroso dell’alimento responsabile e, in caso di allergie gravi, sulla disponibilità di farmaci di emergenza come l’adrenalina autoiniettabile. Per le intolleranze, la diagnosi può essere più complessa e spesso passa attraverso diari alimentari e diete di eliminazione sotto controllo medico. La gestione può avere la riduzione dell’assunzione della sostanza problematica, l’uso di enzimi digestivi (come nel caso del lattosio) o modifiche dietetiche permanenti. In entrambi i casi, è sconsigliato procedere con diete fai-da-te o test non validati scientificamente, per evitare carenze nutrizionali o ritardi nella diagnosi corretta.

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Antibiotico-resistenza in Italia: dati 2024 mostrano luci e ombre

L’Istituto superiore di sanità (Iss) ha reso noti già da tempo i dati aggiornati sull’antibiotico-resistenza relativi all’anno 2024. Il quadro generale che emerge rimane articolato, con situazioni che evolvono in direzioni differenti. Le percentuali di resistenza per i principali batteri monitorati si mantengono su livelli elevati, sebbene per alcune specifiche combinazioni di patogeni e farmaci si osservino segnali incoraggianti di riduzione. Un elemento di allarme è il continuo incremento della resistenza alla vancomicina da parte dell’Enterococcus faecium. Le infezioni del sangue causate da enterobatteri resistenti ai carbapenemi mostrano una leggera diminuzione rispetto all’anno precedente, pur restando numerose. Un ulteriore dato presentato riguarda l’utilizzo di soluzioni idroalcoliche per l’igiene delle mani negli ospedali, il cui consumo prosegue un trend al ribasso, posizionandosi su valori inferiori agli standard internazionali raccomandati.

Analisi dei batteri monitorati

Per quanto concerne i batteri Gram-positivi, la percentuale di Staphylococcus aureus resistente alla meticillina ha subito un’ulteriore contrazione. Al contrario, la resistenza alla vancomicina in Enterococcus faecium è in aumento. In Streptococcus pneumoniae la resistenza alla penicillina si mantiene stabile. Tra i batteri Gram-negativi, Escherichia coli mostra un leggero incremento della resistenza ad alcune classi di antibiotici. Un dato positivo proviene da Klebsiella pneumoniae, per la quale si registra una diminuzione della resistenza ai carbapenemi. Anche per Pseudomonas aeruginosa e Acinetobacter spp. la resistenza alla classe di farmaci è in calo, sebbene quest’ultimo batterio mantenga percentuali molto alte. Il fenomeno della multi-resistenza continua ad essere una criticità, particolarmente nei reparti di terapia intensiva.

Il consumo di igienizzanti per le mani

Il rapporto sull’utilizzo delle soluzioni idroalcoliche evidenzia come il consumo mediano nazionale nelle strutture ospedaliere abbia continuato a ridursi nel corso del 2024. Il valore rilevato per l’intera struttura si attesta su una quantità inferiore rispetto alla soglia indicata dall’Organizzazione mondiale della sanità. Il consumo risulta più elevato nelle Terapie Intensive, sebbene anche nei reparti si osservi una riduzione progressiva negli ultimi anni. I dati, raccolti da centinaia di strutture, mostrano una variabilità tra le diverse regioni. La tendenza alla diminuzione nell’impiego dei prodotti costituisce un aspetto critico, data l’importanza fondamentale dell’igiene delle mani nel prevenire le infezioni e nel contrastare la diffusione di batteri resistenti.

Le informazioni fornite dai farmacisti non sostituiscono il rapporto con il medico curante. In caso di problematiche persistenti o per prescrizioni farmacologiche, è necessario rivolgersi sempre al proprio medico di base o allo specialista di riferimento.

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Dolori muscolari persistenti: quando è bene approfondire

I dolori muscolari sono un disturbo comune, spesso conseguente a sforzo fisico intenso, a posture scorrette mantenute a lungo o a semplici contratture. In molte circostanze, il dolore tende a risolversi in modo spontaneo dopo il riposo o con medicinali da automedicazione. Esistono però situazioni in cui la sensazione dolorosa va oltre i tempi fisiologici di recupero, o si presenta senza una ragione apparente. In tali frangenti, la problematica si trasforma da un semplice fastidio a un segnale da non trascurare. Un’indagine più approfondita è quindi il passo opportuno per comprenderne le origini e definire l’approccio risolutivo.

Dalle cause comuni a condizioni più complesse

La persistenza di dolore a carico dell’apparato muscolare può essere legata a una molteplicità di fattori. Oltre al classico strappo muscolare non adeguatamente curato, il sintomo può essere correlato a stati di carenza nutrizionale, ad esempio di minerali come il potassio e il magnesio. L’assunzione prolungata di alcuni farmaci può generare, in alcuni casi, dolori muscolari tra gli effetti riportati. Una condizione di stress psicofisico protratto nel tempo può generare tensioni croniche a livello della muscolatura, in particolare del collo e delle spalle. È importante considerare che, in una percentuale minore di casi, il dolore muscolare che non recede può costituire un sintomo di patologie di natura reumatologica o neurologica, che richiedono una diagnosi specifica da parte di un medico specialista.

Corretta valutazione del sintomo

Di fronte al dolore muscolare che si protrae per diverse settimane senza miglioramenti, l’approccio corretto prevede la valutazione medica. Il percorso diagnostico inizia con il colloquio approfondito con il proprio medico di medicina generale che raccoglie informazioni sulla storia clinica della persona e sulla natura del dolore. Successivamente, se necessario, si può procedere con analisi del sangue, per escludere cause sistemiche. In base alle caratteristiche del dolore, il medico curante potrebbe ritenere opportuno indirizzare il paziente verso una visita specialistica, ad esempio in ambito ortopedico o reumatologico, per la diagnosi più precisa. È fondamentale evitare il fai-da-te terapeutico prolungato, in quanto potrebbe mascherare la causa reale del problema e ritardare l’inizio di un trattamento appropriato.

Il presente articolo fornisce informazioni di carattere generale e non sostituisce in alcun modo il parere del proprio medico curante o dello specialista di riferimento. In caso di sintomi persistenti, è sempre necessario consultare le proprie figure mediche di fiducia.

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Tegretol sciroppo, limitazione d’uso nei neonati

Le autorità regolatorie europee e l’Agenzia italiana del farmaco hanno diffuso una comunicazione riguardante il medicinale Tegretol sciroppo. La nota stabilisce una specifica limitazione nell’utilizzo del farmaco per una particolare categoria di pazienti, in particolare nei neonati. La limitazione è motivata dalla presenza di un componente non attivo, il glicole propilenico, la cui concentrazione nello sciroppo supera la soglia giornaliera raccomandata per i neonati.

L’organismo dei neonati, a causa dell’immaturità dei sistemi metabolici ed escretori, non è in grado di eliminare adeguatamente laa sostanza. Il suo accumulo può comportare serie complicazioni a livello metabolico e d’organo. Pertanto, la somministrazione della specifica formulazione è ora controindicata nei neonati a termine di età inferiore alle quattro settimane e nei nati prematuri con un’età gestazionale inferiore a 44 settimane.

Le eccezioni e il monitoraggio

Solo in circostanze eccezionali, ove non fossero disponibili alternative terapeutiche valide e il beneficio atteso superasse chiaramente i potenziali rischi, l’utilizzo potrebbe essere preso in considerazione. In tali casi, è indispensabile un controllo clinico estremamente attento del piccolo paziente da parte del personale sanitario. Il monitoraggio prevede specifiche valutazioni di laboratorio per individuare precocemente segni di tossicità. È importante sottolineare che la restrizione si applica esclusivamente alla formulazione sciroppo di Tegretol, mentre altre presentazioni orali dello stesso principio attivo, prive di glicole propilenico, non sono interessate dalla limitazione.

Le informazioni fornite hanno carattere puramente divulgativo e non sostituiscono in alcun caso il parere del medico curante o dello specialista. In caso di dubbi o perplessità riguardanti terapie in corso o da intraprendere, è necessario consultare il proprio medico o il farmacista di riferimento.

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Bambini e schermi digitali: le linee guida a tutela della salute

La Società italiana di pediatria (Sip) ha diffuso indicazioni riguardanti l’utilizzo dei dispositivi digitali durante l’infanzia e l’adolescenza. Le raccomandazioni, più rigorose rispetto al passato, sono il risultato di una revisione sistematica della letteratura scientifica internazionale, e intendono fornire una guida chiara per proteggere il benessere fisico e psicologico dei minori in un’epoca di pervasività tecnologica. L’esposizione precoce e prolungata agli schermi, infatti, è associata a una serie di conseguenze documentate, che interessano diverse aree dello sviluppo.

Evidenze scientifiche sui rischi per la salute

Le ricerche analizzate dalla commissione di esperti evidenziano correlazioni tra tempo di utilizzo dei dispositivi e possibili effetti negativi. Già nella prima infanzia, un incremento anche limitato di minuti giornalieri dedicati agli schermi può comportare un aumento del rischio di ritardi nell’acquisizione del linguaggio. Nelle età successive, l’uso eccessivo si associa a una riduzione della durata del sonno, a una maggiore probabilità di sviluppare sovrappeso e a un incremento dei valori pressori. I dati confermano la necessità di un approccio cauto e misurato all’introduzione della tecnologia digitale nella vita dei più giovani.

Indicazioni pratiche per famiglie ed educatori

Alla luce delle evidenze emerse, le raccomandazioni principali suggeriscono di evitare completamente l’uso di schermi nei primi due anni di vita. Per i bambini in età prescolare, tra i due e i cinque anni, è consigliabile limitare l’esposizione a meno di un’ora al giorno, sempre sotto la supervisione di un adulto. Un punto cardine delle linee guida è il suggerimento di rinviare l’acquisto di uno smartphone personale almeno al compimento del tredicesimo anno di età. La Sip ha raccomandato di ritardare il più possibile l’accesso autonomo a Internet e l’iscrizione alle piattaforme social. È importante evitare l’uso di dispositivi durante i pasti e nelle fasi che precedono il sonno, favorendo invece attività alternative all’aria aperta, il gioco creativo e la lettura.

Importanza del percorso educativo condiviso

La gestione dell’esposizione digitale richiede un impegno comune. Il ruolo della famiglia è centrale, con la supervisione, il dialogo e la proposta di attività non digitali. Anche la scuola è chiamata a intervenire promuovendo l’educazione al corretto utilizzo degli strumenti tecnologici. I pediatri, dal canto loro, possono svolgere un’azione di consulenza e monitoraggio, discutendo le abitudini digitali durante le visite di controllo. L’intento generale è quello di accompagnare bambini e adolescenti verso un rapporto equilibrato con la tecnologia, che non sostituisca le esperienze reali e le interazioni personali, fondamentali per una crescita armoniosa.

Le informazioni e i consigli forniti nell’articolo hanno scopo puramente informativo e non sostituiscono in alcun caso il parere del medico curante o dello specialista di riferimento. In presenza di situazioni persistenti o dubbi riguardanti la salute e le abitudini dei minori, è sempre necessario rivolgersi al pediatra o a un professionista sanitario qualificato.