Come è noto, le statine sono quei farmaci che inibiscono la sintesi del colesterolo endogeno. Essi sono usati per il trattamento di diversi tipi di ipercolesterolemia, oltre che per la prevenzione di danni cardio-cerebro-vascolari causati dall’aterosclerosi, nei soggetti a rischio, ed in tutti quei soggetti che hanno avuto un evento come infarto o ictus. Una recente analisi pubblicata sul British Journal of Clinical Pharmacology ha evidenziato che le persone che assumono statine possono essere a maggior rischio di sviluppare alti livelli di zucchero nel sangue, quindi insulino-resistenza ed infine diabete di tipo 2, detto anche diabete mellito non insulino-dipendente. L’analisi ha esaminato i dati provenienti da 9.535 individui di età superiore a 45 anni che erano esenti dal diabete all’inizio dello studi.
Ebbene, rispetto ai partecipanti che non hanno mai usato le statine, coloro che hanno usato le statine tendevano ad avere concentrazioni più elevate di insulina a digiuno e a sviluppare resistenza all’insulina. Inoltre, i partecipanti che hanno usato le statine hanno avuto un rischio maggiore del 38% di sviluppare il diabete di tipo 2 durante lo studio. Questo rischio era più evidente nei soggetti con compromissione del bilancio glicemico e in individui sovrappeso/obesi. «Tali risultati – spiega Bruno Stricker, principale autore dello studio del Erasmus Medical Centre, in Olanda – suggeriscono che nei pazienti che iniziano la terapia con statine, strategie preventive come il controllo della glicemia e la perdita di peso possono essere giustificate per ridurre al minimo il rischio di diabete».
Autore: L'Incontro
Il servizio informativo per i pazienti del Centro "L'Incontro" a Teano (CE).
Il Papillomavirus, trasmesso principalmente per via sessuale, è ancora in parte sconosciuto, nonostante esistano strategie efficaci di prevenzione. È quanto emerge dal rapporto annuale del Censis, relativo alle patologie tumorali Hpv correlate. Secondo l’organizzazione «aumentano i genitori che conoscono il Papillomavirus (l’88,3%)», ma nonostante ciò muoiono ogni anno 1000 donne per le patologie correlate alla sua infezione. «Ogni anno in Italia – spiega il Censis – si registrano 2.400 nuovi casi di tumore della cervice uterina causati dal Papillomavirus», agente virale responsabile del «carcinoma della cervice uterina, della vulva, della vagina, dell’ano, del pene, dell’orofaringe e di lesioni precancerose e lesioni genitali esterne (condilomi)».
Con riferimento alle strategie di prevenzione differenziate e più efficace, il Censis sottolinea come «il Pap-test è uno strumento di prevenzione da tempo entrato a far parte dei comportamenti abituali delle donne italiane». Rispetto alla diffusione, «è conosciuto dal 90,2% dei genitori e dal 94,6% delle donne. Il 50,8% dei genitori conosce l’Hpv-test». Inoltre, spiega il Censis, «l’87,1% delle donne afferma che il proprio ginecologo ha consigliato il Pap-test. Il 58,9% di loro è stato sensibilizzato sull’importanza di trattare l’infezione da Hpv perché può causare il tumore al collo dell’utero. Solo al 35,7% è stato consigliato di effettuare l’Hpv-test. Il 40% delle donne riferisce di aver ricevuto informazioni puntuali sull’Hpv, le modalità di trasmissione e i rischi conseguenti».
Come noto, un uso eccessivo e costante di sale nelle abitudini alimentari provoca un incremento dei livelli della pressione arteriosa, conseguente all’aumento della ritenzione idrica. Quest’ultimo, fenomeno attraverso cui, in presenza di elevati livelli di sale, i liquidi corporei non vengono facilmente espulsi. Ne consegue che, con l’incremento della quantità dei liquidi corporei, sul lungo andare, aumenta il rischio di insorgenza di patologie cardio-cerebrovascolari correlate all’ipertensione arteriosa. Tra queste, infarto del miocardio e ictus cerebrale. In aggiunta a ciò, è stato evidenziato in diversi studi che l’elevato consumo di sale è associato a malattie cronico-degenerative tra cui tumori dell’apparato digerente, osteoporosi e malattie renali. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), al fine di prevenire tali patologie, raccomanda un consumo massimo di 5 grammi di sale al giorno, ovvero 2 grammi di sodio al giorno. Tuttavia, considerato che gran parte del sale alimentare è presente negli alimenti prodotti industrialmente presenti sul mercato, è molto facile andare oltre tale raccomandazione.
Per mantenere alta l’attenzione sulla problematica, ogni anno ricorre la Settimana mondiale per la riduzione del consumo di sale che nell’edizione del 2019 si tiene dal 4 al 10 marzo. Per tale occasione, la World Action on Salt & Health (Wash), associazione con partner in 100 Paesi dei diversi continenti istituita nel 2005 con il fine di migliorare la salute delle popolazioni attraverso la graduale riduzione dell’introito di sodio, sensibilizza i produttori di alimenti al fine di ridurre il sale nei loro prodotti, ma anche i consumatori finali con una serie di suggerimenti utili a contribuire alla riduzione del consumo di sale.
Ciò attraverso cinque azioni concrete che riguardano principalmente le abitudini alimentari. In particolare, al fine di ridurre il consumo di sale, l’associazione consiglia di usare «erbe, spezie, aglio e agrumi al posto del sale per aggiungere sapore al tuo cibo». Inoltre, «scola e risciacqua verdure e legumi in scatola e mangia più frutta e verdura fresca, controlla le etichette prima di acquistare per aiutarti a scegliere prodotti alimentari meno salati». «Usa gradualmente meno sale nelle tue ricette preferite – le tue papille gustative si adatteranno», ed infine «togli dalla tavola sale e salse salate in modo che i più giovani della famiglia non si abituino ad aggiungere il sale».
La vitamina D potrebbe avere un ruolo cruciale anche nella regolazione della plasticitàe del cervello. È quanto rilevato da uno studio curato dall’Università del Queensland, negli Stati Uniti d’America, pubblicato sulla rivista scientifica Brain Structure and Function and Trends in Neuroscience. In particolare, lo studio rivela perché la vitamina D è vitale per la salute del cervello e come una sua eventuale carenza porterebbe a problemi tra cui depressione e schizofrenia.
«Circa un miliardo di persone nel mondo è affetto da carenza di vitamina D e c’è un legame tra la sua carenza e problemi cognitivi». A diffondere i dettagli dello studio è Thomas Burne, professore associato all’Università del Queensland e responsabile dello studio. «Sfortunatamente, non si comprende ancora in che modo la vitamina D influenza la struttura cerebrale – spiega Burne – e quindi non è ancora chiaro perché questa carenza causa problemi».
In sostanza, il gruppo di lavoro di Burne ha scoperto che i livelli di vitamina D intaccano una sorta di “scaffalatura” nel cervello, chiamate reti perineuronali. «Queste reti – evidenzia Burne – formano una forte maglia attorno determinati neuroni, e così facendo stabilizzano i contatti che queste cellule fanno con altri neuroni».
Per arrivare a quanto scoperto, i ricercatori hanno rimosso la vitamina D dalla dieta di un gruppo di topi adulti e, dopo 20 settimane, hanno trovato un declino significativo della loro abilità nel ricordare. Ciò confrontando tali risultati con un gruppo di controllo. Di qui, Burne ha evidenziato che il gruppo che ha una carenza di vitamina D ha una riduzione pronunciata delle reti perineuronali nell’ippocampo, una regione del cervello cruciale alla formazione della memoria. Inoltre, spiega Burne, «c’è stata anche una drastica riduzione sia del numero sia della forza delle connessioni tra i neuroni in quella regione».
Le corsie dei negozi sono spesso rifornite con prodotti che promettono di uccidere i batteri. Spesso le persone usano quei prodotti che promettono di “uccidere i batteri”. Tuttavia, un recente studio della Washington University in St. Louis, pubblicato sulla rivista scientifica “Antimicrobial Agents & Chemotherapy”, ha scoperto che i prodotti che si supponga uccidano i batteri, non fanno altro che renderli più forti e capaci di sopravvivere ai trattamenti antibiotici.
In particolare, riferisce lo studio, l’esposizione al “triclosan”, può inavvertitamente portare i batteri in uno stato nel quale sono capaci di tollerare concentrazioni normalmente letali di antibiotico, compresi quegli antibiotici che sono comunemente usati per trattare le infezioni del tratto urinario.
Il triclosan è l’additivo responsabile dell’azione “antibatterica”, usato in dentifrici, collutori, prodotti cosmetici, ma anche vestiti, giocattoli per bambini, carte di credito, e altri supporti, con l’intenzione di ridurre la carica batterica e la crescita dei germi.
Ebbene, il nuovo studio effettuato su topi di laboratorio, ha scoperto fino a che punto l’esposizione al triclosan limita la capacità dell’organismo di rispondere al trattamento antibiotico per l’infezione del tratto urinario, oltre che mostrare evidenze sul meccanismo cellulare che consente al triclosan di interferire con il trattamento antibiotico.
